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L'europa in guerra
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Mura

La guerra raccontata di Giovanni Antioco

Quando lo chiamano in guerra nel 1916 ha 36 anni e più di 15 di militanza socialista, anticlericale, intransigente e pacifista, fra i contadini e gli operai del sassarese e, negli anni degli studi in giurisprudenza, nel movimento socialista a Napoli, Roma, Firenze e Padova. In guerra arriva, minuziosamente controllato ad ogni passo, per andare subito in prima linea sul Carso per poi attraversare tutto il fronte dalle Dolomiti al Piave, fino a concludere dopo ‘l’obbligo’, perché laureato, di frequentare il corso ufficiali, gli ultimi mesi di guerra al comando della Terza Armata a Mogliano Veneto dove, nel dicembre del ’18, assiste al rientro frettoloso e lacero dei prigionieri italiani fuggiti dall’Austria e degli sconfitti austro-ungheresi destinati ai campi di detenzione.

Al suo arrivo al fronte nel ’16 è ancora possibile per un sardo fare domanda per essere inserito nella Brigata Sassari della quale è già noto il tributo pagato, ma se ne sta dove l’assegnano, la Brigata Pistoia nei primi mesi, attenendosi rigorosamente, consapevole della sconfitta del pacifismo radicale, al non collaborare e non sabotare. Posizione, soprattutto morale, che gli permette di vivere la guerra senza cercare ardimenti, eroismi, medaglie. Umanamente solidale nel sacrificio e nella fatica quanto razionalmente distante dagli odi e dalle enfasi patriottiche. Dal primo giorno, ogni giorno di tutta la guerra, invia una o più cartoline in franchigia alla sorella Gavina e, poche volte, al padre, per raccontare quello che vede, immerso più nei luoghi e nella gente che nella battaglia e nella morte. Cartoline che la madre conserva, così gli comunica Gavina e che saranno recuperate, avvenuto lo sgombero della sua casa in Sassari molti anni dopo la sua morte, da un rigattiere per opera di chi scrive e di Federico Francioni. 450 cartoline scritte con grafia minuta e fitta – non tutte quele scritte arrivano a destinazione e se ne lamenta più volte accusando la censura – a cui s’aggiungono 58 cartoline disegnate a mano con penna a inchiostro nero o a colori e a pastello. Cartoline che richiedono un notevole impegno di tempo e che trasmettono alla sorella l’immagine di ciò che a Giovanni Antioco pare più significativo: gli alti campanili della campagna veneta, le mucche all’abbeveratoio, il maiale tenuto sottocasa all’ingrasso in Trentino, un viso di ragazza, la villa sede del comando, la pentola appesa nel camino. E poi la guerra. Una guerra vista con occhio ironico e distaccato, senza la morte, senza il dolore, senza il sangue, in prima linea e nelle retrovie, nel quotidiano. La riunione del plotone o del battaglione schierato a quadrato per il discorso dell’ufficiale diventa ‘concione al campo’, nella baracca della prima linea di rincalzo togliersi le scarpe e mettere a bagno i piedi è l’operazione più impegnativa, l’illustrazione di un dormitorio di prima linea coi tavolacci racconta e anticipa i sonni agitati di un’altra illustrazione, la distribuzione della posta, la messa al campo, i bambini che attraversano le trincee vendendo dolci e grappa raffigurano gli accadimenti di ogni giorno. C’è anche la guerra che distrugge, in tutto due cartoline (impressioni carsiche e scoppio di un 305 austriaco sul Faiti), e la guerra che illumina coi riflettori le notti

Simone Sechi

Tracce del secolo breve